Perché la conversione verde di Bjørn Lomborg non è una conversione
Il fascino discreto dei convertiti vale doppio, quando si riconvertono alla fede originaria. La notizia del giorno è l’apparente rientro nel recinto ecologista di Bjørn Lomborg, lo statistico danese ex socio di Greenpeace secondo cui “non è vero che la Terra è in pericolo” (così il sottotitolo all’edizione italiana del suo best seller, “L’ambientalista scettico”). La bomba era in prima pagina sul Guardian di lunedì (“Sceptical environmentalist and critic of climate scientists to declare global warming a chief concern facing world”).
23 AGO 20

Il fascino discreto dei convertiti vale doppio, quando si riconvertono alla fede originaria. La notizia del giorno è l’apparente rientro nel recinto ecologista di Bjørn Lomborg, lo statistico danese ex socio di Greenpeace secondo cui “non è vero che la Terra è in pericolo” (così il sottotitolo all’edizione italiana del suo best seller, “L’ambientalista scettico”). La bomba era in prima pagina sul Guardian di lunedì (“Sceptical environmentalist and critic of climate scientists to declare global warming a chief concern facing world”). Lomborg si è così trasformato, da epigono di Adolf Hitler (come lo definì l’allora onnipotente, e oggi tramontante, capo dell’Ipcc, Rajendra Pachauri) a pecorella smarrita. Le circostanze della conversione sono sospette: proprio in questi giorni esce l’ultimo libro di Lomborg, “Smart Solutions to Climate Change”, che raccoglie i contributi di una trentina di economisti e scienziati, dal premio Nobel Vernon Smith allo “scettico” Roger Pielke, dal critico Richard Tol all’italiano Carlo Carraro, sulla domanda: che fare?
Da quanto è possibile intuire dalle anticipazioni, le “Smart Solutions” suggerite in questo volume semmai raffinano proposte che non sono nuove. Anzi, esprimono quel che c’è di più simile a un “consensus”. Se le élite verdi e il ceto politico europeo ci mettono la firma per il gusto di annettersi Lomborg, la conversione è la loro. Di cosa stiamo parlando? E’ Lomborg stesso, il 2 luglio sul Telegraph, a chiarire: “Piani di riduzione delle emissioni costosi e malamente organizzati, come quello dell’Ue, arrecheranno grandi danni economici e conflittualità politica, facendo ben poco per rallentare il global warming”. Viceversa, secondo il Guardian, Lomborg ragiona su due binari. Per internalizzare i costi esterni, suggerisce una carbon tax di 7 dollari per tonnellata di CO2. Questo valore va confrontato con quello dei certificati di emissione sul mercato europeo dei fumi (attorno ai 20 euro a tonnellata) e col costo di abbattimento delle emissioni attraverso le fonti rinnovabili: per esempio, con un sussidio di 40 centesimi per kWh, una tonnellata di CO2 viene valorizzata circa 1.000 euro.
In sostanza, secondo i criteri di Lomborg, il “cap and trade” dell’Ue va rottamato e i pannelli fotovoltaici messi in soffitta. Dal lato della spesa pubblica, “Smart Solutions” propone un fondo da 100 miliardi di dollari all’anno da investire principalmente in ricerca sulle fonti di energia pulite (incluso il nucleare) e gli strumenti di adattamento al, e “riaggiustamento” del, clima. Se 100 miliardi (di dollari) in tutto il mondo vi sembran tanti, considerate che, secondo le stime ottimistiche di Bruxelles, il solo piano europeo di riduzione del 20 per cento delle emissioni al 2020 costerà 50 miliardi (di euro) all’anno. L’abbaglio sulla carambola da credente a miscredente ad ateo devoto del clima mostra che tutti sbagliano. Specie quando confrontano un libro che non hanno letto ancora con uno che non hanno letto mai.